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Trauma e ferite emotive

Il trauma non è soltanto ciò che ci è accaduto, ma ciò che quell’esperienza ha lasciato dentro di noi.

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Una persona attraversa il peso di pensieri ed emozioni sovrapposti

Quando pensiamo a un trauma, siamo portati a pensare a qualcosa di grave, improvviso, sconvolgente. In realtà, il trauma non è soltanto ciò che ci è accaduto, ma ciò che quell’esperienza ha lasciato dentro di noi.

Un’esperienza può diventare traumatica quando, nel momento in cui la viviamo, supera le nostre capacità di comprenderla, affrontarla ed elaborarla. Per questo uno stesso evento può avere conseguenze molto diverse da persona a persona: dipende dall’età in cui avviene, dalla nostra storia, dalle risorse che abbiamo a disposizione e, soprattutto, dalla possibilità di sentirci protetti, sostenuti e accompagnati.

Comprendere il trauma significa quindi spostare lo sguardo dall’evento alla persona e alle tracce che quell’esperienza ha lasciato nella sua storia.

E significa anche riconoscere che non dobbiamo aver vissuto necessariamente qualcosa di drammatico perché ciò che abbiamo vissuto meriti di essere ascoltato e compreso.

Trauma con la T maiuscola e traumi con la t minuscola

In psicologia distinguiamo spesso i Traumi con la T maiuscola dai cosiddetti traumi con la t minuscola.

I primi riguardano esperienze nelle quali la persona ha vissuto una minaccia significativa alla propria integrità o a quella di qualcuno: incidenti, catastrofi, aggressioni, abusi, violenze, lutti traumatici o altri eventi particolarmente sconvolgenti.

Ma non tutte le esperienze che lasciano una ferita sono così facilmente riconoscibili.

Esistono anche esperienze relazionali apparentemente meno eclatanti che, soprattutto quando vengono vissute durante l’infanzia, si ripetono nel tempo e provengono proprio dalle persone dalle quali avremmo avuto bisogno di sentirci amati, protetti e riconosciuti, possono lasciare tracce profonde.

Essere frequentemente criticati, svalutati, umiliati, ignorati nei propri bisogni emotivi, vivere il rifiuto, l’instabilità, l’imprevedibilità o la mancanza di una presenza affettiva sufficientemente sicura può influenzare il modo in cui impariamo a guardare noi stessi, gli altri e le relazioni.

In questi casi non sempre esiste un singolo episodio da ricordare. A volte esiste piuttosto una storia fatta di tante piccole esperienze che, ripetendosi, hanno costruito dentro di noi un certo modo di sentirci.

Ed è proprio per questo che alcune ferite sono difficili da riconoscere: perché ciò che abbiamo vissuto per molto tempo può essere diventato, ai nostri occhi, semplicemente “normale”.

Quando il passato continua a vivere nel presente

Una delle caratteristiche dell’esperienza traumatica è che qualcosa può essere accaduto molto tempo fa e, tuttavia, continuare ad essere emotivamente presente.

Quando viviamo un’esperienza accompagnata da un’attivazione emotiva troppo intensa, il nostro naturale sistema di elaborazione delle informazioni può non riuscire a integrare pienamente ciò che sta accadendo. L’esperienza può così rimanere immagazzinata in modo disfunzionale, insieme alle emozioni, alle sensazioni corporee e alle convinzioni negative che l’hanno accompagnata.

È uno dei principi su cui si fonda il modello dell’Elaborazione Adattiva dell’Informazione (AIP), alla base dell’EMDR.

Questo ci aiuta a comprendere perché, a volte, sapere razionalmente che qualcosa è finito non è sufficiente per sentirlo davvero come concluso.

Nel presente possiamo incontrare situazioni, parole, persone, immagini, sensazioni o esperienze che entrano in contatto con quella memoria e la riattivano. La reazione che proviamo può allora sembrarci eccessiva rispetto a ciò che sta accadendo oggi, ma acquista un significato diverso se la osserviamo alla luce della nostra storia.

Il presente, in qualche modo, ha toccato qualcosa del passato che non è stato ancora completamente elaborato.

Le tracce del trauma: emozioni, corpo e relazioni

Il trauma non rimane soltanto nei nostri ricordi.

Può manifestarsi attraverso ansia, paura, ipervigilanza, irritabilità, vergogna, senso di colpa, bisogno di controllo o difficoltà a sentirsi realmente al sicuro. Alcune persone evitano tutto ciò che potrebbe ricordare l’esperienza vissuta; altre sentono di dover essere costantemente attente, preparate, in controllo.

Anche il corpo può diventare il luogo attraverso cui quella storia continua a esprimersi: tensioni persistenti, agitazione, sensazioni fisiche intense, difficoltà a rilassarsi o altre manifestazioni corporee possono accompagnare un sistema che ha imparato a rimanere in allerta.

E poi ci sono le relazioni.

Possiamo desiderare profondamente la vicinanza e, contemporaneamente, averne paura. Possiamo faticare a fidarci, temere l’abbandono, essere particolarmente sensibili al rifiuto oppure cercare continuamente conferme.

Per questo, quando lavoriamo sul trauma, non lavoriamo soltanto su ciò che è accaduto. Lavoriamo sulle emozioni, sul corpo, sulle relazioni e sul modo in cui quell’esperienza continua, ancora oggi, a influenzare la vita della persona.

Il trauma può cambiare il modo in cui guardiamo noi stessi

Le esperienze che viviamo contribuiscono a costruire il modo in cui impariamo a percepire noi stessi.

Questo è particolarmente vero quando determinate esperienze avvengono nell’infanzia e all’interno delle relazioni con le nostre figure di riferimento.

Un bambino non possiede ancora gli strumenti di un adulto per comprendere ciò che sta accadendo. Se viene ripetutamente criticato, svalutato, ignorato o rifiutato, difficilmente penserà che l’adulto che ha davanti non possiede gli strumenti per rispondere adeguatamente ai suoi bisogni. È molto più facile che inizi a pensare che ci sia qualcosa di sbagliato in lui.

Possono così costruirsi, nel tempo, convinzioni profonde come “non sono abbastanza”, “non sono importante”, “non merito di essere amato”, “non posso fidarmi degli altri”, “devo fare tutto da solo”.

Convinzioni nate molto tempo prima possono continuare a orientare, inconsapevolmente, il modo in cui viviamo le relazioni, interpretiamo ciò che ci accade e guardiamo noi stessi.

Il lavoro terapeutico permette anche questo: comprendere da dove arriva ciò che oggi pensiamo di noi e iniziare a distinguere ciò che abbiamo imparato a credere da ciò che realmente siamo.

Elaborare il trauma: psicoterapia ed EMDR

Elaborare un trauma non significa dimenticare. E non significa cancellare una parte della propria storia.

Significa poter ricordare ciò che è accaduto sapendo e sentendo, anche emotivamente e nel corpo, che quell’esperienza appartiene al passato e non sta accadendo di nuovo nel presente.

La psicoterapia offre uno spazio sicuro nel quale poter comprendere le proprie esperienze e le conseguenze che hanno avuto nel tempo. Il lavoro sul trauma, però, non significa necessariamente entrare immediatamente nei ricordi più dolorosi.

Ogni percorso deve rispettare la storia, le risorse e i tempi della persona. In alcuni momenti sarà importante lavorare sulla sicurezza e sulla stabilizzazione, sulla capacità di riconoscere e regolare le emozioni e sulla costruzione di nuove risorse. Solo quando esistono le condizioni adeguate sarà possibile avvicinarsi alle esperienze traumatiche e lavorare sulla loro elaborazione.

Tra gli approcci utilizzati nel trattamento delle esperienze traumatiche vi è l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), un approccio psicoterapeutico che favorisce la ripresa del naturale processo di elaborazione delle informazioni rimaste associate all’esperienza traumatica.

L’obiettivo non è modificare ciò che è accaduto. La nostra storia non può essere cambiata, ma può cambiare profondamente il modo in cui quella storia continua a vivere dentro di noi.

Quando un’esperienza viene elaborata, il ricordo rimane, ma può perdere quella forza emotiva che continuava a farci sentire ancora lì.

Ed è in questo passaggio che il passato può finalmente tornare ad essere passato, lasciandoci più liberi di vivere il presente.

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