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Disturbi alimentari

Il rapporto con il cibo e con il corpo può diventare il luogo in cui una sofferenza cerca di esprimersi.

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Una persona davanti allo specchio vive un rapporto difficile con il cibo e il corpo

Il rapporto con il cibo è una parte importante della nostra vita: nutrirsi non significa solo prendersi cura di sé, ma il cibo è anche piacere, condivisione, relazione, emozione. A volte, però, questo rapporto può diventare complicato e trasformarsi in una fonte di preoccupazione, disagio e sofferenza.

Quando il problema non è solo il cibo

I disturbi alimentari non riguardano semplicemente il modo in cui una persona mangia. Dietro un comportamento alimentare difficile possono esserci emozioni che faticano a trovare altre forme di espressione, un bisogno di controllo, una bassa autostima, esperienze relazionali complesse o momenti della vita particolarmente delicati.

Il cibo, in questi casi, può diventare un modo per cercare di gestire qualcosa che accade dentro di sé. Per questo, in terapia, non ci fermiamo solamente a quanto, cosa o come si mangia, ma cerchiamo di comprendere quale significato abbia assunto quel comportamento nella storia e nella vita della persona.

Quando il rapporto con il cibo e con il corpo diventa fonte di sofferenza

Non sempre è semplice riconoscere quando il proprio rapporto con l’alimentazione sta diventando problematico.

Può accadere di pensare continuamente al cibo, al peso o alle calorie, di seguire regole alimentari sempre più rigide, di limitare ciò che si mangia oppure, al contrario, di vivere momenti in cui si ha la sensazione di perdere il controllo. Possono comparire abbuffate, sensi di colpa dopo aver mangiato, comportamenti compensatori o una forte paura di aumentare di peso.

Accanto al rapporto con il cibo c’è spesso quello con la propria immagine corporea: guardarsi allo specchio e non piacersi, percepire alcuni aspetti del proprio corpo in maniera particolarmente negativa, confrontarsi continuamente con gli altri o sentire che il proprio valore dipenda dal peso e dall’aspetto fisico.

Quando cibo, peso e corpo iniziano a occupare troppo spazio nei pensieri e nella quotidianità, è importante ascoltare quel disagio.

Fame emotiva: quando mangiare risponde a un bisogno diverso

Non sempre mangiamo perché abbiamo fame. In alcuni momenti il cibo può diventare una risposta alle emozioni: mangiamo quando siamo tristi, ansiosi, arrabbiati, annoiati, soli o semplicemente sopraffatti da ciò che stiamo vivendo.

Parliamo in questi casi di fame emotiva.

Non significa necessariamente avere un disturbo alimentare. Diventa però importante comprenderla quando il cibo rappresenta frequentemente uno dei principali modi attraverso cui cerchiamo conforto, sollievo o una momentanea regolazione delle nostre emozioni, soprattutto se dopo aver mangiato compaiono senso di colpa, vergogna o giudizio verso se stessi.

Il lavoro terapeutico può aiutare a riconoscere ciò che accade in questi momenti e a costruire, progressivamente, modi diversi e più funzionali di ascoltare e rispondere ai propri bisogni emotivi.

Non è necessario aspettare di avere una diagnosi per chiedere aiuto.

Anoressia nervosa, bulimia nervosa e disturbo da binge eating sono alcune delle principali forme cliniche dei disturbi alimentari, ma la sofferenza legata al cibo e al corpo non sempre rientra perfettamente all’interno di una diagnosi.

Esistono molte situazioni intermedie, meno evidenti dall’esterno, nelle quali il rapporto con l’alimentazione è comunque diventato faticoso.

Non è necessario aspettare che il problema diventi grave per chiedere aiuto.

Se senti che il cibo condiziona le tue giornate, che il rapporto con il tuo corpo ti fa soffrire, che alterni controllo e perdita di controllo o che una parte importante della tua autostima dipende da come ti vedi, questo è già un motivo sufficiente per fermarti e cercare di comprendere cosa sta accadendo.

Un percorso che guarda alla persona, non soltanto al sintomo

In terapia il nostro obiettivo non è semplicemente eliminare un comportamento o dirti cosa dovresti o non dovresti mangiare.

Il sintomo alimentare viene accolto e compreso all’interno della storia complessiva della persona: delle sue emozioni, delle relazioni, dell’immagine che ha costruito di sé, delle esperienze che ha vissuto e del momento di vita che sta attraversando.

Il percorso viene quindi costruito su misura, partendo dalla persona e dai suoi bisogni, per comprendere insieme cosa mantiene la difficoltà e favorire progressivamente un rapporto più libero e sereno con il cibo, con il proprio corpo e con se stessi.

Prendersi cura della persona nella sua globalità

I disturbi alimentari coinvolgono contemporaneamente aspetti psicologici, comportamentali e fisici. Per questo è importante non considerarli da un unico punto di vista.

Quando la situazione lo richiede, il percorso psicologico si inserisce all’interno di una presa in carico multidisciplinare, in collaborazione con le figure sanitarie necessarie, come medico, dietista o nutrizionista e psichiatra.

Chiedere aiuto significa iniziare da una valutazione attenta di ciò che sta accadendo, senza giudizio e senza dover dimostrare di “stare abbastanza male”.

A volte il primo passo è semplicemente potersi fermare e dire: il rapporto con il cibo o con il mio corpo mi fa soffrire e vorrei capire perché.

Da lì possiamo iniziare.

Quando senti che è il momento

Possiamo iniziare da qui.

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