Quando l’amore diventa un’abitudine a soffrire
Amare è una delle esperienze più intense e profonde della nostra vita.
In una relazione possiamo sentirci accolti, desiderati, compresi. Possiamo trovare nell’altro un luogo sicuro nel quale essere noi stessi, crescere e condividere una parte importante della nostra storia.
Ma amare significa anche esporsi, significa affidare all’altro parti vulnerabili di noi, con il rischio di sentirci feriti, delusi o non compresi.
Per questo attraversare momenti difficili non significa necessariamente vivere una relazione disfunzionale. Ogni coppia può incontrare conflitti, distanze, incomprensioni e periodi di crisi.
Il problema nasce quando la sofferenza smette di essere un momento e diventa una modalità abituale dello stare insieme.
Quando, quasi senza accorgersene, l’amore diventa un’abitudine a soffrire.
Quando una relazione inizia a farci male
Non sempre è facile accorgersi di essere dentro una relazione che ci fa stare male.
A volte non ci sono episodi eclatanti. Ci sono piuttosto piccole esperienze che si ripetono nel tempo.
Ti senti spesso inadeguato, hai paura di dire qualcosa di sbagliato, ti chiedi continuamente cosa pensa l’altro di te, cerchi rassicurazioni che sembrano non bastare mai. Ti senti molto amato in alcuni momenti e improvvisamente distante o rifiutato in altri.
Può esserci gelosia, controllo, svalutazione, manipolazione, ricatto emotivo o silenzi utilizzati per punire. Oppure semplicemente la sensazione, più difficile da spiegare, di non sentirti più libero di essere pienamente te stesso.
E allora inizi ad adattarti. Eviti alcune parole per non provocare una reazione, rinunci a qualcosa per non creare un conflitto, metti da parte un tuo bisogno, cerchi di essere più comprensivo, più paziente, più disponibile, fino a quando, qualche volta, ti accorgi di esserti allontanato da te.
E può comparire una domanda dolorosa: “Come sono arrivato ad accettare qualcosa che un tempo non avrei mai accettato?”
Se mi fa stare così male, perché non riesco ad andare via?
È forse una delle domande più frequenti e, allo stesso tempo, una delle più difficili.
Dall’esterno può sembrare semplice: se una relazione ti fa soffrire, lasciala.
Ma i legami affettivi non funzionano soltanto attraverso la razionalità.
Possiamo sapere perfettamente che qualcosa ci fa male e, nello stesso tempo, sentire di non riuscire a farne a meno.
La paura di perdere l’altro, il timore della solitudine, il bisogno di sentirsi amati, il senso di colpa, la speranza che qualcosa possa cambiare possono rendere molto difficile interrompere una relazione.
A volte, inoltre, sono proprio le relazioni caratterizzate da una forte alternanza tra vicinanza e distanza, gratificazione e frustrazione, idealizzazione e svalutazione a diventare particolarmente coinvolgenti sul piano emotivo.
Dopo una fase dolorosa può arrivare una riconciliazione intensa. E quel momento sembra restituirci improvvisamente tutto ciò che avevamo paura di perdere.
Così si continua ad aspettare. Un messaggio, un cambiamento, un ritorno. La conferma che, questa volta, sarà diverso, e lentamente può diventare difficile distinguere l’amore dalla paura di perdere l’altro.
Il tuo modo di amare ha una storia
Non scegliamo e viviamo le nostre relazioni partendo da una pagina bianca. Le prime esperienze affettive contribuiscono alla costruzione dei nostri modelli relazionali: impariamo molto presto cosa significa essere amati, quanto possiamo fidarci dell’altro, se i nostri bisogni possono essere espressi e se qualcuno sarà disponibile ad accoglierli.
Le esperienze precoci di attaccamento, insieme alle relazioni significative che incontriamo nel corso della vita, contribuiscono a costruire delle rappresentazioni profonde di noi stessi e degli altri.
Per questo, nelle relazioni adulte, possiamo ritrovarci inconsapevolmente a cercare qualcosa che appartiene anche alla nostra storia.
Essere finalmente scelti, sentirti abbastanza, ricevere quell’attenzione che è mancata, riuscire, questa volta, a non essere abbandonato.
A volte ciò che è familiare può sembrarci inspiegabilmente attraente, anche quando ci fa soffrire.
Non perché desideriamo stare male, ma perché alcuni schemi affettivi sono diventati profondamente conosciuti e possono essere riattivati proprio nelle relazioni per noi più importanti.
Comprendere questa storia non significa cercare colpe nel passato.
Significa iniziare a capire il presente.
E se fossi caduta nella trappola di un narcisista?
Negli ultimi anni si parla moltissimo di narcisismo, manipolazione, love bombing, gaslighting e relazioni tossiche.
Sono concetti che descrivono dinamiche reali e che, in alcuni casi, possono aiutare a riconoscere comportamenti profondamente disfunzionali. È importante, però, utilizzarli con attenzione.
Non tutte le persone egoiste, distanti, difficili o incapaci di rispondere ai nostri bisogni hanno un disturbo narcisistico di personalità. Una diagnosi psicologica è qualcosa di molto più complesso di un’etichetta attribuita sulla base di alcuni comportamenti.
Esistono però relazioni nelle quali possono comparire dinamiche di idealizzazione e successiva svalutazione, bisogno costante di conferme, manipolazione, controllo o forte asimmetria emotiva.
E quando ci troviamo dentro queste dinamiche, la domanda più utile non è sempre soltanto:
“Perché lui o lei si comporta così?”
Può diventare altrettanto importante chiedersi:
“Che cosa accade a me dentro questa relazione? Perché questo legame ha così tanto potere su di me?”
È da questa domanda che può iniziare un lavoro molto più profondo.
In terapia: comprendere prima di scegliere
La psicoterapia non è il luogo nel quale qualcuno decide al posto tuo se devi restare o andare via.
È uno spazio nel quale puoi fermarti e osservare ciò che accade nella relazione, ma soprattutto ciò che accade dentro di te quando sei in quella relazione.
Possiamo comprendere quali bisogni stai cercando di soddisfare, quali paure vengono riattivate, perché alcuni comportamenti dell’altro hanno un impatto così intenso su di te e quali esperienze della tua storia possono contribuire al tuo modo attuale di vivere i legami.
Significa riconoscere gli schemi che tendono a ripetersi, lavorare sull’autostima, sulla paura dell’abbandono e sulla dipendenza affettiva, imparare a riconoscere e comunicare i propri bisogni e costruire confini più chiari.
Perché comprendere la propria storia non significa esserne condannati.
Significa poter smettere di ripeterla automaticamente.
E, poco alla volta, tornare a scegliere.
Ritrovarsi, anche dentro una relazione
Una relazione sana non è una relazione perfetta. Si può discutere, attraversare una crisi, sentirsi distanti e qualche volta ferirsi, ma dovrebbe esserci la possibilità di parlare, riparare, essere ascoltati e continuare a riconoscersi come due persone distinte.
Perché essere profondamente legati a qualcuno non dovrebbe significare smettere di appartenere anche a se stessi.
Se senti di esserti perso dentro una relazione, se continui a vivere gli stessi schemi affettivi o se sai che un legame ti fa soffrire ma non riesci a comprenderne fino in fondo il motivo, può essere il momento di fermarti e ascoltare ciò che sta accadendo.
Non necessariamente per decidere subito cosa fare.
Prima ancora, per comprendere.
Perché a volte il primo passo non è lasciare andare qualcuno.
È tornare a ritrovare te stesso.
